23 gennaio 2010

ANCHE LA LEGA NEL MIRINO DEI MAGISTRATI

di Giuseppe Pietrobelli

VERONA (23 gennaio) - In tempi in cui si parla solo di "processi brevi" giunge al capolinea dell’udienza preliminare, tredici anni dopo essere iniziato, il procedimento alle Camicie Verdi. Ovvero quei militanti leghisti che alla fine degli anni Novanta decisero di indossare la divisa della Guardia Nazionale Padana, l’avanguardia della nascente Nazione che avrebbe dovuto staccare il Nord dal resto dell’Italia. Questa volta la colpa di tanto ritardo, sfociato ieri in 36 rinvii a giudizio decisi dal gup Rita Caccamo, sta soprattutto nell’annoso conflitto di attribuzioni che ha visto, in uno dei casi sollevati, la Corte Costituzionale tenere fermo il fascicolo per quattro anni. Il risultato è che l’epilogo di un’inchiesta iniziata nel 1996 arriva nel 2010. E solo ora si sa che verranno processate 36 persone, mentre sono usciti di scena 10 parlamentari per i quali le Camere di appartenenza hanno negato l’autorizzazione. È il processo nato contro la Lega Nord che sognava la secessione. E che aveva trovato un puntello formidabile nelle parole di Umberto Bossi (al telefono con il veneziano Alberto Mazzonetto) che alla proposta «di chiamare i bambini in piazza» rispondeva: «Il problema è un pezzo di m... improntare la gente del Nord... va bene che gavranno... tutti.. che gavremo tutti il mitragliatore in mano... ma sarà una soddisfazione enorme portarmi all’altro mondo il più possibile di questa m... vivente... sono m... viventi, devono essere cancellate da... da... anche la gente va indirizzata con chiarezza con fermezza». Di quel processo è rimasto ben poco. Tredici anni di interventi legislativi sono serviti a rendere inapplicabile il reato di attentato all’integrità dello Stato (allora punito con l’ergastolo), per mancanza di azioni violente. Depenalizzati anche l’attentato alla costituzione e l’aver creato un’associaione diretta a deprimere il sentimento nazionale rappresentando lo Stato italiano come colonizzatore del Nord. Ciò che è rimasto è la violazione di una legge del 1948, per aver costituito o partecipato a «un’associazione di carattere militare con scopi politici, denominata "camicie verdi", poi confluita in altra più complessa struttura denominata Guardia Nazionale Padana». Avevano tutti la camicia verde, erano inquadrati in gruppi territoriali gerarchicamente organizzati, erano diretti da capi, costituivano il braccio militare del «movimento politico Lega Nord» e perseguivano lo scopo «di creare nuove realtà statuali». Insomma, la Padania.  
Camicie verdi, associazione militare»:processo a 36 leghisti, c'è anche Gobbo
A conclusione del processo infinito il Pm Angelina Barbaglio ha tracciato una breve storia delle "camicie verdi". Ha ricordato come al momento del reclutamento chi aderiva doveva indicare se era in possesso di armi. E quando il procuratore Guido Papalia mandò la Digos in via Bellerio, sede della Lega Nord a Milano, sequestrò elenchi che indicavano chi aveva il porto d’armi. Insomma, secondo il Pm la Lega si preparava allo scontro. Il gup ha preso atto della mancata autorizzazione nei confronti di dieci parlamentari, tra cui gli attuali ministri Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli.
Ma ha rinviato a giudizio gli altri 36. Scrivendo che l’associazione «composta da una pluralità di persone aveva un carattere di stabilità, rivolta al perseguimento di uno scopo politico e dotata di forza di intervento, in ragione del dispiego di forza fisica o intimidazione improntata all’uso di mezzi violenti». E annota come l’articolo 2 dello statuto fu modificato solo dopo le perquisizioni in via Bellerio, inserendo esplicitamente il rifiuto della violenza. Troppo tardi, per il giudice.  

FONTE ELENCO DI CHI SARA' PROCESSATO E DI CHI SI E' SALVATO

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